Un vero dicitore

Nato a Lumezzane, in provincia di Brescia, allievo prima del noto baritono Grandini e poi del Conservatorio di Brescia, Giacinto Prandelli, dopo il ’40, conquistò un posto di grande spicco sulle scene liriche italiane e su alcune delle più importanti in campo internazionale. Dopo la comparsa in un concerto al Teatro Verdi di Busseto, il tenore lombardo debuttò al teatro del Corso di Bologna e fu poi nella Dafni di Mulé al Teatro La Fenice di Venezia; subito dopo comparve in alcune recite all’aperto nella Traviata accanto alla già declinante Toti dal Monte.

Non fu certamente una vocalità illimitata né per squillo né per estensione o per particolari densità timbriche a metterlo in grande evidenza, quanto piuttosto una musicalità di prim’ordine, che nel fraseggio trovava un livello tale da sostenere i più ardui confronti sia per la varietà delle intenzioni espressive che in virtù di una dizione quanto mai nitida, agile, ritmica, quasi infallibile. Non per nulla si attirò le simpatie di quell’inflessibile direttore che fu Arturo Toscanini; non per nulla fu apprezzato addirittura anche da direttori di stampo tedesco, come Wilhelm Furtwaengler. Ecco perché i maggiori teatri lo ospitarono ripetutamente, ed ecco perché le grandi cantanti, dalla Favero alla Tebaldi, alla Caniglia alla Simionato lo pretesero addirittura come loro partner. Infatti ricordo di lui una Manon di Massenet accanto a Rosanna Carteri, allora squisita promessa della lirica, in cui il Prandelli, dimenticando le pesanti ipoteche poste sul ruolo da altri celeberrimi predecessori, offrì, di Des Grieux, una figurazione così signorile, così coscienziosamente attuale, così linearmente persuasiva da non poter essere facilmente dimenticata; ma tutto il repertorio francese lo ebbe squisito e sensibile lettore così come certe figure di Donizetti (Fernando, Ernesto, Nemorino, Edgardo) si avvalsero del suo raffinato livello di musicista. E persino in opere veriste, oltre che nel Rodolfo, nel Pinkerton e nel Cavaradossi pucciniani, la sua sobrietà d’accento si impose con vera autorevolezza anche quando, come avvenne in una Adriana Lecouvreur o in una Fedora, aveva accanto artiste del calibro della Favero o della Pederzini. Insomma, fu un vero dicitore, in tempi in cui resistevano ancora il gusto e l’inebriamento per ogni retorica vuotaggine.

(da Le stirpi canore, ed. Bongiovanni, Bologna 1978)

Angelo Sguerzi