Eccelsa classe d'interprete e vocalista

“Dove nacque Carlo Zima

Non si muore da codardi,

Nel morir s’è fin gagliardi

Per uccider l’uccisor”

 

Versi non da Premio Nobel, ne convengo, ma insomma sufficienti per inquadrare il clima di quelle “cinque giornate bresciane” che sono la punta più avanzata della mia vergognosa conoscenza della storia patria.

Su quell’evento e su quegli “ottonari” si è infatti formata la mia simpatia per la Leonessa d’Italia e per la sua gente.

Gente dalla parlata intelligente, dal comprendonio più razionale che fulmineo, ma orgogliosa, rocciosa, puntigliosa, tanto nelle grandi quanto nelle piccole cose della vita.

E, soprattutto, coraggiosa.

Dove nacque Carlo Zima

Pensate allora al mio disappunto quando, ascoltando alla Scala “L’amore dei tre re”, ho visto Giacinto Prandelli, figlio di pura stirpe bresciana (quindi orgoglioso, roccioso, puntiglioso, e soprattutto coraggioso), squagliarsela nel bel mezzo di ogni scena d’amore sol che dalla comune provenisse sentore di cornificato coniuge in arrivo.

Ma come, mi sono detto, una Leonessa che partorisce agnelli? Un concittadino di Zima più svelto a darsela a gambe che a stringere soprani adultere e vogliose?

Capisco: Sem Benelli e Montemezzi fin che si vuole; ma come riesce tanto bene a questo Prandelli conciliare l’eroismo natio con la tremarella scenica d’un personaggio così smidollato e codardo?

Come fosse possibile me lo spiegò lui stesso, Prandelli, quando mi fu presentato nella sua autentica grinta di leoncello crinierato. O meglio, non me lo spiegò affatto, perché a nessuno riesce di superare quel campo di filo spinato e di mine sotterranee con cui il Nostro ha recinto la sua pace post-artistica. Ma è proprio questa arcigna difesa del suo stato attuale a parlarci d’una personalità complessa e rigorosamente distinta in luogo e mansioni. Siamo dunque davanti ad un Artista che non ama la nostalgica facondia della quasi totalità dei suoi colleghi e ad un Signor Giacinto Prandelli che nei documenti ufficiali penso si definisca “casalingo”.

Intervistarlo è impossibile.

Ridargli la memoria – non poi tanto lontana – di ciò che è stato, significa vederlo mettersi in guardia come uno spadaccino minacciato. Cercare in lui un rimpianto o una fiamma di retrodatato entusiasmo è come pretendere di cogliere un fiore nella lava.

E non perché non l’abbia affascinato, ai suoi tempi, la luce arrogante della ribalta, il suon di man con elle che salutava ogni sua prodezza, il clima mistico e profano di quel luogo d’ogni nefandezza e purità che è il palcoscenico; ma perché, chiusa la sua parentesi pubblica, Prandelli, uomo d’ordine, si direbbe aspiri all’anonimato perenne. Illusione, la sua.

Per chi l’ha ascoltato leggere i “Versi d’Ossian”, gridare la passione di Des Grieux, piangere sulla giovinezza tradita dal male di Mimì, invocare Lucia e la morte, per chi ne ha ammirato l’eccelsa classe d’interprete e di vocalista, Prandelli rimarrà, ancora e sempre, l’esemplare più ammirevole d’un artista che ha soddisfatto il suo impegno professionale con una partecipazione costantemente fervida e sofferta.

Ed è forse per questo che oggi Prandelli guarda con distacco al mondo in cui ha vissuto per tanti anni; proprio per ridare alla Sua mente e al Suo spirito la pace di chi non vuole più mescolarsi fra i fantasmi della lirica e di chi non vuole più essere fantasma Egli stesso.

Caro Giacinto! Stupendo equilibrista fra la gloria del Tuo ieri e la serenità del Tuo oggi.

Novello Cincinnato, che hai messo in naftalina i serici costumi delle tue finzioni sceniche per indossare l’impeccabile abito d’una realtà guadagnata col dono divino della voce e con quello umano della ragione.

Caro Giacinto! Anche il fiore del tuo nome ha acquistato ora una freschezza inalterabile: petali che non intristiscono mai e un odorino dolce e tenace; tenace come tenaci sono i protagonisti della vostra ruggente ed eroica leggenda, o bresciani, davanti alla quale – ora lo capisco – le mie riserve iniziali diventano stonature da impreparato comprimario.

(da La Gazzetta di Mantova, 12 febbraio 1978)

Ettore Campogalliani