Grande Interprete di Werther

Giacinto Prandelli, con Giovanni Malipiero, Ferruccio Tagliavini, Cesare Valletti, Gianni Poggi, Giuseppe Di Stefano, Mario Del Monaco, Mirto Picchi, fa parte di quella rosa di tenori che, dopo aver debuttato negli anni quaranta, si impose in Italia e all’estero. Essi dominarono il periodo della guerra e quello successivo. Ognuno tracciò la sua carriera più o meno gloriosa, ma sempre di alto livello. Il loro esordio e la loro affermazione accompagnò il declino più o meno dorato della gloriosa generazione, che ebbe come protagonisti Gigli, Schipa, Pertile e Lauri Volpi, per nominare solo i grandissimi. Essi si imposero mentre la scena internazionale si animava della presenza di Bjorling, di Dermota, di Gedda, di Kozlovsky, di Nelepp, di Patzak, di Pears, di Peerce, di Shock e di Tucker. In questo contesto Prandelli, nato a Lumezzane, in provincia di Brescia nel 1914, studia con Edmondo Grandini e coglie i suoi primi successi a Busseto nel 1938, partecipando ad un concerto verdiano. Nel 1942 è alla RAI di Roma, allora EIAR, per la Wally con Rosetta Pampanini e Carlo Tagliabue. È poi la volta dell’Opera di Roma e nel 1944 del Lirico, dove si esibisce con la troupe della Scala, sfollata dai bombardamenti. Parteciperà al concerto di apertura del rinato teatro milanese, cantando, sotto la direzione di Toscanini, l’ultimo movimento della IX Sinfonia di Beethoven. È poi la volta di tutte le scene italiane, grandi e piccole. Intanto Prandelli si fa conoscere anche all’estero: in Inghilterra, con il debutto al Covent Garden, e poi in America al Met nel ruolo di Alfredo. Ancora nel 1954 è la volta di San Francisco, nei panni del Des Grieux di Massenet, e di Chicago, come Rodolfo accanto alla Mimì di Rosanna Carteri. Nel 1957 di nuovo a Londra partecipa al Royal Festival Hall al Requiem di Verdi in memoria di Guido Cantelli. La sua ultima apparizione risale al 1970, quando al Teatro Grande di Brescia canta il ruolo di Paolo nella Francesca da Rimini di Zandonai.

La voce di Giacinto Prandelli è quella di un tenore dal timbro morbido e rotondo, particolarmente a suo agio in parti liriche, e soprattutto in quelle dove non manchino frasi ricche di slancio e veemenza. Manovrata con abilità, essa produce un canto molto corretto, sempre in grado di assolvere alle difficoltà delle pagine che affronta, anche quando la tessitura si fa ardua, come nella romanza di Ernesto, “cercherò lontana terra”. Né all’occorrenza gli fanno difetto gli acuti, che, se non sono di quelli al fulmicotone (nessuna delle pagine interpretate però lo richiede), sono sempre all’altezza della situazione. Anzi, proprio la celebre pagina donizettiana ci offre l’opportunità di cogliere la bontà del suo metodo, che gli permette di chiaroscurare le frasi, alternando sonorità squillanti, che ben rendono lo slancio, a suo modo eroico, di Ernesto, ad altre languide, che al contrario sottolineano lo struggimento amoroso del personaggio. Né manca sulla parola “cancellar”, la bella impresa (degna di altri tempi) di filare la puntatura che conclude la pagina. Il gusto per un canto chiaroscurato (valga come esempio l’indulgere a risonanze miste, a metà tra il falsetto e la mezzavoce), ci indica che i modelli di Prandelli sono essenzialmente due, Schipa e Gigli, di cui, con Tagliavini, può essere quindi considerato un epigono. Questo fa sì che per certi versi il suo canto appaia antico rispetto allo stile che poi si è imposto nel canto degli anni settanta. È pur vero, però, che la sua esecuzione di certe pagine incluse in questo recital risultano oggi di grande interesse. Dimostrano la bontà della scuola di canto italiana della prima metà del secolo, ai cui dettami il Nostro si è formato, ribadiscono l’alta professionalità, la sua superiorità rispetto a molti dei grandi reclamizzati dei nostri giorni e di quegli stravaganti esperimenti filologici, vere contraffazioni della voce di tenore, che oggi girano su alcuni palcoscenici; ci costringono a riconsiderare quegli anni cinquanta, così criticati e vilipesi, ma in realtà così ricchi di voci, forse non emule di Rubini o Duprez, ma certo in grado di far palpitare gli ascoltatori. Soprattutto ribadiscono l’arte di un tenore che rischia di essere dimenticato, mentre, sotto il profilo vocale, sovrasta quasi tutti i moderni esecutori.

Rimane da discutere la personalità dell’interprete. È senz’altro difficile valutarla attraverso l’ascolto di una collana di arie: si coglie però facilmente nel canto di Prandelli uno slancio, che rende animato il lamento di Fernando, accesa la perorazione di Des Grieux, baldanzosa l’ardente dichiarazione di Rodolfo. Ma che ci sia qualche cosa di più di un generico slancio lo confermano i tre brani del Werther, sorta di piccola selezione dell’opera di Massenet. Qui, nonostante un fraseggio talvolta troppo attento ad impreziosire la linea con morbide sottolineature, emerge un cantante capace di conferire al celebre innamorato una dimensione drammatica degna di interesse. Essa fa sì che, in una ideale antologia di grandi interpreti di quest’opera, Prandelli non possa essere dimenticato, ma vada invece e di diritto considerato come uno dei più validi Werther dei suoi anni, dopo Schipa e prima di Kraus, accanto a Valletti.

(da “Il mito dell’opera”, ed. Bongiovanni, Bologna 1975)

Giancarlo Landini