Der "Recitar Cantando" ovvero di Giacinto Prandelli

L’editore Bongiovanni ha pubblicato nel 1975 un CD dedicato all’arte di Giacinto Prandelli, attivo, come tutti ricordano, dal 1940, celebre per lo squisito modo di porgere, di dire, di cantare con naturalezza.

In questo compact sono compresi brani registrati in studio e presi dal vivo: sono pagine di autori operistici, squarci di scena di Donizetti, Ponchielli, Puccini, Massenet, e ci sono due arie, di Giordano e di Gluck.

Abbiamo ascoltato questo disco e abbiamo incontrato Giacinto Prandelli, un uomo giovanile, disincantato, assolutamente lontano da ogni divismo. Oggi, come nel pieno della carriera, affronta l’arte con la serietà, la pacatezza e la lucidità di un serio professionista, puntando tutto sullo studio e sullo stile, senza preoccuparsi della propria immagine pubblica, più che rinunciando non accorgendosi delle correnti forme di pubblicità sfacciata o cialtrona. Avrà avuto ragione di agire così? Chi potrebbe dirlo? Nella vita ciascuno agisce secondo la propria natura. C’è chi ruba, chi arraffa, chi non conosce soste nel far parlar di sé; c’è chi lavora, crede in certi principi, coltiva degli ideali e guarda alla meta senza badare agli schiamazzi tutt’intorno. Nell’arte come in ogni altra professione.

Prandelli ha cantato contemporaneamente a Del Monaco, a Di Stefano, a Corelli. È stato il tenore grand-seigneur che non ha mai pensato al suono svincolato dall’espressione (dovrebbe essere la cosa più naturale per chi canta, invece pochi arrivano a mettere in pratica questo concetto), un belcantista giudicato allora di scuola classica, proveniente dallo stile dei grandi del passato. Proveniva dalla scuola del baritono bresciano Edmondo Grandini. In effetti, se si ascoltano brani dove ci sia da lavorare a cesello, lui è a suo agio. Contemporaneamente è un attore che canta, tanto da essere paragonato al grande Pertile per il modo di porgere, di entrare nel personaggio, di credere nella parola scenica e di renderla credibile all’ascoltatore. Ci racconta della sua carriera, del suo repertorio e abbiamo come la sensazione che di carriere ne abbia percorse due: da un lato le opere del repertorio lirico-leggero, secondo le qualità vocali elargitegli dalla natura. Sull’altro fronte un repertorio più forte, sfiorante il drammatico.

Come si spiega questo fatto? Giacinto Prandelli ci racconta dei suoi inizi durante la guerra del ’40 a Bergamo, poi subito, dal ’41, in Rai con concerti che gli diedero l’occasione di farsi conoscere da tutti e di portarlo in breve tempo nei massimi teatri senza fare le tradizionali code auditive.

Quel periodo storico tutto accentrato sulla seconda guerra mondiale, se per un verso condizionò molti giovani votati alla carriera, paradossalmente offrì a qualche reale promessa maggiori occasioni di farsi valere. Gia nel ’42, infatti, cantò con una partner d’eccezione: Rosetta Pampanini (Wally) e Carlo Tagliabue, e nel ’45 con Tancredi Pasero (Faust) e Arturo Lucon direttore. Mi dice che i direttori, già allora, lo sceglievano però per parti più spinte di quelle previste dal suo colore vocale, proprio per il suo modo di interpretare. Gli diventa pertanto difficile rispondermi se si sia più identificato col repertorio lirico piuttosto che con quello verista. Poi la questione dei giovani: “era più difficile per un giovane allora o è più difficile oggi che è sparita la provincia?”. Prandelli ritiene che in ogni tempo non sia mai stato facile affermarsi. Chi comicia ora, ha a disposizione i concorsi attraverso i quali segnalarsi e forse ha più canali per essere direttamente introdotto nei teatri, il che comporta, come risvolto negativo, una selezione più spietata. Solo gli iperdotati, coloro che in sostanza hanno già una solida preparazione oltre a doti non comuni, riescono a imporsi. Eventualmente, chi militava allora in carriera pur in ranghi non di prim’ordine, ora stenterebbe a trovare spazi, dovrebbe insomma fare altro mestiere. Le stesse lingue originali impongono qualcosa in più di un tempo. Il suo Werther, ad esempio, che alla Scala e in Italia cantò in italiano e al Met in francese, al pari di Manon, interpretata un po’ ovunque con colleghe indimenticabili: Victoria de Los Angeles (a Barcellona), Rosanna Carteri (a Los Angeles), Dorothy Kirsten (a San Francisco). Senza escludere Wagner, con Lohengrin in italiano a Parma, diretto da Capuana. Non dimentichiamo che Prandelli è stato il primo Peter Grimes alla Scala, in italiano, però, come lui stesso tiene a precisare: in quel caso, malgrado l’invito a interpretarlo subito dopo al Covent Garden, rinunciò proprio per via della lingua inglese.

Da vero personaggio, mentre altri grandi colleghi scatenavano i propri fans nel repertorio tradizionale, lui, Prandelli, tirava diritto per la propria strada anche col repertorio moderno e contemporaneo, Dafni di Mulé, La Fiamma di Respighi, Il Vortice e La Guerra di Rossellini, Giovanna d’Arco al rogo di Honegger insieme a una certa Ingrid Bergman; I dialoghi delle Carmelitane di Poulenc che gli valsero il pieno apprezzamento dello stesso autore.

Insomma, una carriera da belcantista (come testimoniano nel disco testé uscito le arie di Giordano e di Gluck), un’altra da cantante attore nel repertorio verista e come appendice l’opera moderna. Un bell’esempio per un giovane. Accontentare le masse o le élites? Puntare sulla purezza dell’arte o sulla popolarità? Ciascuno ha la propria forma mentis, il proprio modus vivendi, uno stile di canto e di vita. Prandelli è un personaggio meno popolare di altri, non per questo meno interessante.

Le belle, bellissime voci che concepiscono la carriera edonisticamente, tutto puntando sulla bellezza del suono, spesso finiscono con la parabola naturale dei loro mezzi.

Gli artisti tracciano dei solchi, indicano ad altri il loro cammino sul quale non è facile seguirli, impossibile se ci si affida solo a quel che madre natura ha generosamente elargito. La tecnica, lo stile durano nel tempo, restano moderni. Come Giacinto Prandelli, un signore elegante di mezza età, ottimo cantante, vero artista.

(da Il Corriere del Teatro, giugno 1976)

Giuseppe Pintorno